sabato 20 luglio 2019

BLUE MOON

BLUE MOON      di Gianfranco Vecchiato


20 luglio 1969: prima impronta umana sulla Luna
Alex Ruiz : Cielo stellato
Nel 1934 negli Stati Uniti uscì una canzone scritta da Richard Rodgers e Lorenz Hart che ebbe uno straordinario successo: Blue Moon.  Insieme ad innumerevoli altre canzoni sparse tra i popoli della Terra la musica ha individuato nella Luna anche un ruolo  sentimentale per la sua vicinanza che scandisce le stagioni agricole, le maree, le leggende, il mistero del firmamento. Quelle macchie scure sulla sua superfice, per alcuni somigliano a quelle di chi porti sulle spalle una fascina, per altri ad un volto mutevole che nasconde l'altra sua metà. Così la Luna si è sempre mostrata fin da quando sono apparsi i primi ominidi sul nostro pianeta. Nei progetti di conquiste spaziali cresciuti con la tecnologia nella seconda metà del XX° secolo, la Luna fu il primo luogo di sbarco previsto verso il nostro sistema solare.   Il 20 luglio del 1969 la discesa sul suolo lunare, nel "mare della Tranquillità" del "Lem" che portava due astronauti americani, e l'impronta del primo uomo  Neil Amstrong, sul suolo lunare, parve rompere l'incantesimo. In tutto il mondo si è ricordato quell'avvenimento e molte persone, ormai 
Neil Amstrong 1°Uomo sulla luna
anziane hanno impresso in modo indelebile  quanto videro sugli schermi televisivi, in diretta dalla luna." Un piccolo passo per l'Uomo, un grande passo per l'Umanità".  Anni dopo si diffusero teorie che contestavano tale sbarco, ritenendolo una finzione in chiave geo politica, organizzato dalla Nasa con l'aiuto di Hollivood. L'esame di immagini prese dalla Luna parevano in contrasto con le leggi della fisica: ombre e orizzonti che non tornavano. Lo sbarco e non fu l'unico, naturalmente ci fu. Le imprese spaziali che hanno accompagnato le generazioni  nel decennio tra la fine degli anni '50 e '60, assunsero un valore oltre che scientifico, politico e sociale. Il confronto tra USA e URSS si era aperto con il primo sputnik lanciato dai sovietici che anche con il primo lancio di un uomo nello spazio, Yuri Gagarin, avevano preceduto gli americani nella corsa allo spazio. Ma tale distacco venne rapidamente superato, grazie alla tecnologia ed ad alcuni scienziati del valore di Werner Von Braun, il tedesco poi naturalizzato americano che in gioventù fu il protagonista della creazione dei missili V2 che da Penemunde sul Baltico, vennero lanciate su Londra dal 1944, senza modificare
La Terra vista dalla Luna
tuttavia le sorti della guerra. La Luna è ora stata nuovamente riproposta come obiettivo per la installazione di una prima colonia terrestre, da attuarsi entro la metà di questo secolo. E in programma c'è una spedizione su Marte. Tra i nuovi protagonisti di questa avventura nello spazio ci sono nuove Nazioni: la Cina, l'India, l'Unione Europea, che affiancano gli Usa e la Russia. Fatica ad emergere un vero coordinamento  mondiale che faccia prevalere la tecnica e la scienza sulla politica e sui sistemi di governo. Quello che vale per lo Spazio è ancor più urgente per la Terra. Vedere il pianeta Terra, piccolo e stupefacente nei suoi colori, girare

nel buio e il silenzio dell'Universo pone molte domande. Come quelle che il poeta Giacomo Leopardi agli inizi dell'800 così si rivolgeva dalla sua Recanati : "Che fai tu Luna in ciel, dimmi che fai, o silenziosa Luna..." Per poi concludere: " In questa immensità si annega il pensier mio e il naufragar mi è dolce in questo mare". La Natura ci nasconde tantissimi  segreti. I filosofi raccontano che in sè questo satellite è fatto di crateri, di deserti di pietra, di montagne e di silenzi. Ma esso illumina per mezzo del sole, la Terra. Quindi diviene anche strumento che trasferisce all'esterno qualcosa che non gli è proprio se non
Harold Slott Moller: Luce della luna
provenisse da altro. In una riflessione critica rispose lo scrittore Italo Calvino: "... guardare il cielo stellato per consolarci delle brutture terrestri? Ma non sembra una soluzione troppo comoda? Se si volesse portare il discorso alle estreme conseguenze si finirebbe per dire : continui pure la Terra ad andare di male in peggio tanto io guardo il firmamento e ritrovo il mio equilibrio e la mia pace interiore..." E così occorre chiedersi se a mezzo secolo di distanza sono stati traditi molti sogni e speranze pur non rinunciando a riprovare, generazione dopo generazione a superare il senso della nostra limitatezza volgendo sguardo, intelligenza e risorse, all'infinità dell'Universo.  

venerdì 12 luglio 2019

TEMPO IGNOTO

TEMPO IGNOTO             di Gianfranco Vecchiato


Arch. Guido Zordan (1936/2019)
L'abitudine di guardare alle cose attraverso i dettagli, era una caratteristica professionale presa da ragazzo quando il suo gioco preferito era quello del meccano. Imparò così ad  avvitare ingranaggi ed a costruire modelli e strutture. Aveva abitato in una casa accanto agli Spalti del vecchio Castello. Una piccola casa diventata poi sede degli autisti del Comune. Alla scuola di architettura pervenne di istinto per dare razionalità ai sogni, non a distruggerli. Le pietre, le luci, l'acqua, le prospettive, si raccontano attraverso la storia.
Senza il legame con le radici di un luogo, per l'architetto Guido Zordan non esisteva cultura; perciò l'analisi precisa, a volte quasi esasperata, precedeva sempre le proposte e  
Edicola in piazzetta (Arch.G.Zordan)
Mestre:Piazza Ferretto 1998
le intuizioni. In quei casi i richiami a  Carlo Scarpa od a Giancarlo De Carlo guidavano i pensieri e le realizzazioni. Lo 
conobbi molti anni fa durante i dibattiti per ridisegnare il centro della città. Condividevo il suo  metodo riflessivo pur non essendo ignote alcune impuntature su ostinate proposte formali. Egli difendeva l'autonomia intellettuale  e per questo la qualità delle discussione si alzava sopra ogni polemica. Il male che negli  anni lo minò nei movimenti accentuò la sua volontà di affermare e sostenere che i valori della memoria possono essere riproposti nella attualità. E' stato nei progetti di restauro urbano e monumentale che tali aspetti si realizzarono  con sapienza di forme e materiali. Alcune sue opere furono divisive, come nel caso della scala costruita per accedere alla Torre. E' una scala strana e complessa, a forma di ghigliottina; un oggetto meccanico
Piazza di Mestre negli anni '60
frutto di una analisi storica e di una invenzione di design. Lo stesso vale per le nuove edicole dei
Lampione 
giornali che si aprono a ventaglio e che caratterizzano il luogo in cui   si trovano. In Piazza, sulla Torre, sulla strada, lungo il fiume, si possono cogliere i segni del passaggio dell'architettura. Quei segni sono idee che aleggiano sopra il tempo.  Quante volte ogni giorno nel mondo si celebrano degli addii.
Mestre: Fontana con scultura di A.Viani
Persone e cose ci lasciano.  “Lascia dormire il futuro come si merita”. Questa frase di Franz Kafka suggerirebbe di vivere il passare dei giorni guardando  al presente. Se però apriamo l'album dei ricordi personali ci accorgiamo che a volte c'è più attualità nelle risposte che  ci vengono dal passato, anche quello più lontano. 

Scala della Torre (Arch. G.Zordan)
L'urbanistica e l'architettura furono negli anni di rivolte studentesche, mescolate  dagli insegnanti in aule universitarie caotiche, tra ideologie e progetti. Il passato è ancora attuale. Se è vero che nel tempo si nasconde l'ignoto è per questo ancor più necessario  testimoniare. L'architettura è una materia gioiosa, entra sempre  in  racconti che continuano, è una scoperta che sa affascinare, che può costruire forme che amano i secoli, la luce, le discussioni, i tormenti, le provocazioni e le poesie. E' una forma d'Arte che non si spegne con l'autore.  Ma abbiamo imparato nel Novecento che accanto a questo, l'architettura svolge anche un ruolo pubblico e sociale. Per questo ha un compito etico oltre che economico ed artistico.   Gli architetti e gli urbanisti hanno il dovere di rispondere a questi obblighi, unendosi alla gente comune, ascoltando ed interpretando le pulsioni della società. Restando sempre grati a chi vissuto in un'epoca che non c'è più, ci conferma l'attualità di un passato che parla sempre al presente.

mercoledì 12 giugno 2019

UMBERTO I°

UMBERTO I°               di Gianfranco Vecchiato

Re Umberto I°  (1844/1900)
Il quadrato di Villafranca (Fattori)
Umberto I°, fu il secondo Re dell'Italia unita. Nacque a Torino nel 1844 e morì a Monza ucciso dall' anarchico Gaetano Bresci, il 29 luglio 1900.  In gioventù si distinse per coraggio quando, nel 1866 durante la 3^ guerra di indipendenza, si trovò circondato dalla cavalleria austriaca. L'episodio immortalato da un quadro di Giovanni Fattori, lo vede ritto al centro di suoi reparti chiusi in quadrato, sostenere l'assalto di  Ulani, nei pressi di Villafranca. Al suo nome fu intitolata in Italia una tendenza artistica ed architettonica negli ultimi vent'anni del XIX° secolo: lo  stile "umbertino" che fu eclettico e neobarocco, e che in forme accademiche si ispirava al rinascimento italiano. Poi vennero il Liberty e l'Art Decò. Roma, Firenze, Torino e Milano,  presentano diversi edifici pregevoli di quell'epoca.
Mestre:Torre civica 1906
Roma: Palazzo Koch 1890
A Roma un esempio è il Palazzo di Giustizia dell'architetto Guglielmo Calderini  del 1884 e  Palazzo Koch sede della Banca d'Italia progettato dall'architetto Gaetano Koch nel 1890; a Milano abbiamo la Galleria Vittorio Emanuele II°. Re Umberto ebbe
 opposti appellativi: "Re Buono", per aver abolito la pena di morte e per l'opera di soccorso alla popolazione napoletana colpita dal colera nel 1884 e di "Re Mitraglia", datogli dagli anarchici, per le repressioni brutali autorizzate nel 1888 a Milano che sfociarono in decine di morti per le cannonate del generale Bava Beccaris  sulle masse popolari che protestavano in
Primo padiglione Umberto I° 1906
strada. Tuttavia la sua uccisione suscitò forti 
emozioni nel Paese e tra le parole di affetto, vi furono anche quelle del poeta Giovanni Pascoli che gli dedicò l'Ode "Al Re Umberto". Si scrisse: "gli volevamo più bene di quanto credessimo". Quella tragedia diffuse il suo nome  nella toponomastica di  strade, piazze, edifici pubblici,  monumenti e lapidi. Anche a Mestre la "Piazza Maggiore" mutò il suo nome in  Piazza Umberto I°, che rimase fino al settembre del 1943 per divenire fino all'aprile del 1945 Piazza Ettore Muti  un gerarca  ed eroe militare e infine dal maggio 1945 intitolata ad Erminio Ferretto, un giovane partigiano ucciso dalle Brigate Nere il 6 febbraio 1945. "Sic transit..." Svanite diverse generazioni, il nome di Umberto I° porta a radici lontane nel tempo.
vecchio ingresso ospedale
Così per l'ex area ospedaliera che sorse nel 1906 nel
Inaugurazione padiglione Cecchini 
centro di Mestre con un primo padiglione sanitario costruito per volontà di una cerchia di cittadini locali a cui si aggiunse il concorso di popolo. Il primo tassello dell'ospedale sorse su un'area che si trovava dietro a piazza Umberto I°. Un'area con una storia antica e che nel corso dei secoli aveva visto sorgere prima un castrum romano, poi un Castello trevigiano ai confini della Marca,  che sostenne assedi in guerre tra gli Scaligeri, i Da Camino, poi da Ezzelino da Romano, dai Tempesta di Noale. Un secondo Castello, il Castelnuovo,  fu eretto a qualche centinaia
Ospedale all'Angelo : Arch. E. Ambasz 2004
di metri accanto, munito di 15 torri e quando Venezia nel 1338 subentrò a Treviso nella dominazione del territorio,  il primo Castelvecchio venne gradualmente abbandonato. Nel 1455 la Repubblica fece dono ai Canonici di S.Salvatore degli avanzi di quanto ne restava e delle sue adiacenze. Essi costruirono una chiesa e quindi rifecero un ponte in pietra sopra il fiume Marzenego sulla strada antica denominata  del castelvecchio, che conduceva verso la chiesa posta in Piazza Maggiore. Quando i francesi occuparono Venezia nel 1797 e misero fine ad una millenaria storia politica e
Mestre: Interno dell'Ospedale
culturale,  molti beni ecclesiastici vennero chiusi. Così accadde per il Convento di S.Salvatore. Quel primo edificio ospedaliero, aveva 32 letti in quattro cameroni, una sala operatoria, due refettori, una cucina ed altri servizi. Le aree attorno erano ancora coltivate a vigneto.   In pochi anni si aggiunsero altri due padiglioni: il Cecchini che fu costruito in parallelo ad una nuova strada e che ebbe l'ingresso principale del complesso sanitario e un terzo stabile il De Zottis, adibito a reparto sanatoriale, posto sulle rive del fiume Marzenego. Alla metà degli anni trenta, suddivisi per specializzazioni si era giunti a circa 250 letti. L'ospedale si ingrandì seguendo la crescita urbana e demografica vertiginosa e  in maniera caotica così come avveniva per  
Mestre e per il suo hinterland. 
Sommando reparti a reparti, saturando tutti gli spazi aperti e ormai insufficienti ai bisogni. Il dibattito sul suo spostamento in un'altra area esterna al centro e di un nuovo ospedale era iniziato già nel '24/'25, tra accese contrapposizioni e accuse di speculazioni immobiliari. La previsione di Piano Regolatore fu interrotta dalla guerra nel 1940. Nei decenni che seguirono a Mestre e nella sua cintura urbana, con l'espansione della zona industriale di Marghera, si
Mestre: Ponte del Castelvecchio
giunse nel 1972 a  210mila abitanti. Per alcuni decenni si convisse con nuovi padiglioni, con parti restaurate, mentre le proposte di un nuovo ospedale furono 
presentate e bloccate. Non si trovava l'accordo sull'area e sulle sue caratteristiche. Un progetto firmato da Carlo Aymonino, che fu il risultato di 4 mani progettuali, affidate secondo logiche di appartenenza politica, si fermò e decadde.  La situazione divenne insostenibile,  e a quel punto  una comune volontà politica consentì all'ASL di indire una gara di projet financig che permise nel 2002 di dare inizio ai lavori  per un nuovo Ospedale di Mestre in un'area esterna, che si completò nel 2008.
Demolizione padiglioni 2009
Questa  opera progettata dagli architetti  Emilio Ambasz
Ospedale Umberto I 1966
ed Alberto Altieri sorge su  12 ha di terreni ed ha una volumetria di oltre 620mila mc. Pur essendo un ospedale giudicato tra i più moderni d'Europa, ha manifestato diversi errori progettuali e di  sostenibilità finanziaria. Tuttavia il tema e il problema si  trasferì sull'area che fu la sua antica sede storica. Qui fu indetto un concorso internazionale di idee per una rigenerazione urbana e strategica dell'area, seguendo le indicazioni urbanistiche approvate dal Consiglio

Comunale. Schede risultate in parte fuorvianti per i partecipanti al concorso: troppi volumi e poca attenzione alla storia del luogo. 
Prospettiva notturna progetto vincitore
Progetto vincitore arch. G.Lombardi
Il progetto vincitore   dell'architetto Giorgio Lombardi, fu segnato dalla sventura. Egli morì all'improvviso il giorno della proclamazione della sua vittoria.  Le imprese  che acquistarono i 5 Ha avevano le migliori intenzioni. Dopo aver iniziato le demolizioni di gran parte delle strutture ospedaliere, salvo i tre padiglioni vincolati,  nel 2009  si fermarono travolte dalla crisi finanziaria e immobiliare. Inutilmente le Amministrazioni comunali  cercarono di favorirne la ripresa aumentando le già considerevoli superfici edificabili, che lievitarono fino alla previsione di circa 195mila mc.
Proposte su area ex ospedale
Da allora si è aperto un "buco nero" in centro città, che ha causato degrado e abbandono, tamponato  attrezzando provvisoriamente a parcheggio scoperto una parte di quell'area. Le banche creditrici non hanno poi trovato acquirenti disposti a dare valore di mercato che è  stato fatto scendere dai 51 milioni di Euro pagati inizialmente, fino a 15 milioni. In queste settimane si è aperta un'asta fallimentare e tra qualche settimana si dovrebbe sapere chi saranno i nuovi acquirenti. Intanto Associazioni e cittadini si sono mobilitati chiedendo che il Comune acquisisca l'area visto il vantaggioso valore di vendita e ha preso vigore  lo slogan dell'area come Bene Comune.
Arch. Luca Battistella: proposta nuovo assetto urbano
Mestre: un nuovo borgo su area ex ospedale 


Fino ad oggi invano. Si attende l'esito della vendita all'asta. Mentre in altre zone della città le destinazioni alberghiere, generano  rialzi speculativi per centinaia di milioni, superiori al 600% dei valori iniziali, su quest'area centrale si fatica a trovare acquirenti per 15 milioni ! Qualcosa non va. I temi sono riassumbili in tre punti: A) l'area storica e tre padiglioni vincolati dovranno avere funzioni di pubblico interesse. Gli esempi non mancano: per ospitare mostre in accordo con la Biennale, per spazi scolastici, per residenza sociale, per uffici e servizi, per attività sportive, per verde pubblico, per richiamare l'antica presenza del Castelvecchio, per recuperare il tracciato dell'antica via medioevale; B) essendo accanto al centro storico, la  simbologia e l'architettura divengono essenziali ed è interesse pubblico che l'immagine sia di assoluta qualità; C) gli spazi di relazione sociale, le piazze interne, i negozi, le attività artigiane, i ristoranti, gli appartamenti residenziali o turistici, le strutture pubbliche, i parcheggi, debbono essere pensati in misura moderata e in funzione  del centro come polo attrattore che segni il nostro tempo  e il valore del suo passato. Serve quindi un ampio confronto ed un nuovo Concorso di architettura essendo fallito il precedente anche per l'eccesso di carico urbanistico che possedeva il  bando. Esempi in Europa e nel mondo ci sono per tali obiettivi.  
Diversi luoghi possono ispirare con le loro proposte di architettura contemporanea: a Graz, a Barcellona, a Bratislava, a Praga, a Stoccarda, ad Amsterdam...  E anche a Mestre dove il progetto del nuovo Museo M9 , che si trova a poche centinaia di metri di distanza dall'area ex ospedaliera, è stato il frutto di un concorso riuscito, pur con un recupero non privo di criticità.
Proposte su area ex ospedale
Il progetto vincitore di Lombardi portava in sé diversi limiti: le eccessive altezze di tre edifici, l'indifferenza sostanziale per le preesitenze, una idea progettuale che risulta invecchiata anzitempo e in parte fuori mercato. Di fronte allo stallo attuale ricordo che lo storico Rettore dell'Università di Architettura di Venezia, Giuseppe Samonà, sosteneva che una urbanistica partecipata deve procedere e completarsi  con la visione dell'architettura e che le proposte e le idee provenienti dai cittadini possono convergere ed aiutare  quelle dei progettisti. 
Quando l'architettura e 
Proposta su area ex ospedale
l'urbanistica stanno insieme alla storia, spesso sanno generare e costruire  visioni di contemporaneità che  legandosi alla memoria, possono esprimere e raccontare con le loro forme un poesia urbana che dura nel  tempo con spazi identitari riconoscibili.   E questa sarebbe la migliore eredità da lasciare alle future generazioni contro la fragilità del nostro labile presente.
P.S. A metà luglio l'asta fallimentare ha aggiudicato l'area, alla società
Supermercato ad Onè di Fonte (TV) 2019
padovana della catena di supermercati Alì. La impresa familiare Canella se l'è quindi aggiudicata per 26,5 milioni di €. La società ha la sua "mission"" nel settore commerciale che è fortemente presente nelle schede urbanistiche dell'area, con oltre 16.000 mq in un contesto articolato e multiuso. E' una grande dimensione che presenta molte criticità all'indotto del centro della città: traffico, servizi,  attività esistenti, logistica e forma.   Questa complessa operazione urbanistica  è quindi anche una sfida per chi l'ha accettata e si spera che ne sia all'altezza. Viene
dalla Società portato come esempio un loro supermercato di 2500 mq da essi realizzato recentemente ad Onè di Fonte in provincia di Treviso. Si tratta di un  progetto con valenze tipologiche ed  ecologiche interessanti ma di limitata complessità rispetto ai temi dell'area mestrina. Servirà quindi un salto di qualità da parte dei soggetti interessati, sia privati che pubblici e anche delle Associazioni che in modo sparso si sono espresse sull'argomento. Per i progettisti chiamati a confrontarsi con la Comunità, converrà ricordare quanto disse l'architetto Ernesto Rogers (1909/1969) che con lo Studio BBPR progettò la Torre Velasca a Milano, un esempio rimasto ineguagliato nel panorama nazionale: "l'architettura è una armonica composizione di elementi nello spazio per corrispondere ad un determinato fine pratico".  Per creare architetture non basta quindi solo una buona edilizia. Occorre che ancora prima che ai contemporanei si risponda ad una osservazione già fatta da Etienne Louis Boullè nel 1780, che pose l'interrogativo: " Cos'è l'architettura? La definirò io, con Vitruvio, l'arte del costruire? Certamente no. Vi è in questa definizione un errore grossolano. Vitruvio prende l'effetto per la causa. Architettura è invece la concezione dell'opera che ne precede sempre l'esecuzione."  Un  "concepimento", una nuova nascita urbana, è quella che occorre gestire su quell'area dove permane l'antico DNA che ha generato Mestre.  


Mestre: Ex chiostro Museo M9
Mestre: il Museo M9:
Mestre: Museo M9
Mestre: Torre civica 2010

Le antiche mura del Castelnuovo:
Mestre: resti delle mura del Castelnuovo

mercoledì 15 maggio 2019

TRACCE DI CAMMINO

TRACCE DI CAMMINO                     di Gianfranco Vecchiato

1905/1961
Palazzo dell'ONU 1949/1951
Alle ultime generazioni il nome di Dag Hammarskjold è perlopiù ignoto. Diplomatico, economista e scrittore svedese, fu il secondo segretario delle Nazioni Unite, carica che ricoprì per due mandati dal 1953 al 18 settembre 1961, quando l'areo su cui stava compiendo una missione in Africa, precipitò forse a causa di un attentato. Di fede luterana, Hammarskjold guidò l'ONU attraverso grandi cambiamenti internazionali sia per la nascita di nuove Nazioni  e sia per le dure
Sala Assemblea dell'ONU
contrapposizioni fra i due blocchi  usciti separati dal conflitto mondiale.  Assunse l'incarico nel pesante  lascito della guerra di Corea e tra le lotte  che il colonialismo aveva lasciato in Asia ed Africa. Ma se alla crisi di Ungheria del 1956, a quella di Suez,  alle dispute tra est ed ovest, si aggiunse nei mesi che precedettero la sua morte, la costruzione del muro di Berlino che divise a lungo la città e l'Europa, Hammarskjold fu instancabile nel viaggiare ed incoraggiare i popoli che si affacciavano con la loro indipendenza nel consesso delle Nazioni Unite.  Nel suo libro "Tracce di Cammino", confidò: " ...il mondo in cui sono cresciuto era dominato da ideali e da princìpi di un tempo lontano dal nostro
Oscar Niemeyer 1907/2012
e, potrebbe sembrare,   estremamente
Le Corbusier
distanti dai problemi che stanno davanti all'uomo della metà del XX° secolo. Ciononostante il mio cammino non ha significato un abbandono di questi ideali. Al contrario sono stato condotto ad una comprensione della loro validità anche per il nostro mondo d'oggi. Così uno sforzo mai abbandonato, teso a costruire con franchezza e lealtà una convinzione personale mi ha portato a chiudere il cerchio:

Wallace Harrison 
riconosco ora e confermo, senza riserve, quelle stesse convinzioni a suo tempo tramandatemi. Dalla mia ascendenza paterna ho ereditato la persuasione che nessuna vita dava maggiore soddisfazione di una vita di servizio disinteressato al proprio Paese e all'umanità. 

New York: Vista sul porto
Questo servizio richiedeva il sacrificio di ogni interesse privato ma nel contempo il coraggio di battersi fermamente per le proprie convinzioni... La fede è uno stato della mente e dell'anima...Il linguaggio della religione è un insieme di formule che registrano una basilare esperienza spirituale. Ho compreso tardi cosa questo significhi. Quando ci sono finalmente arrivato, le convinzioni nelle quali ero stato un tempo educato, che avevano dato alla mia vita una direzione anche quando il mio intelletto metteva ancora in dubbio la loro validità, sono state da me riconosciute come mie nella loro giustezza e secondo una mia libera scelta. Sento di poter confermare queste convinzioni senza alcun compromesso con le esigenze di quella onestà intellettuale che è la chiave stessa della maturità della mente..." Riposa nel vecchio cimitero di Uppsala e in sua memoria gli fu conferito il premio Nobel per la pace.  L'edificio dell'ONU a New York disegnato da Oscar Niemeyer fu inaugurato nel gennaio del 1951.
La progettazione fu causa di dissapori tra architetti che videro tra gli altri anche Le Corbusier e Wallace Harrison, quest'ultimo come coordinatore dell'intervento. Un presagio del destino e delle funzioni delegate dentro a questo straordinario edificio, posto al 760 United Nations Plaza, un'area giuridicamente extraterritoriale per gli scopi e per tutte le Nazioni che ospita.  Quando Dag Hammarskjold  vi si insediò in quelle stanze si discusse fin dal principio  sulle distinzioni tra i doveri morali e i doveri giuridici. 
Le risposte si trasferirono spesso sul piano della
Niemeyer negli ultimi anni di vita

coscienza, il nostro giudice interiore. Essa va educata e sostenuta nella vita pubblica e in quella privata. Se vi è un decadimento del senso civico collettivo anche le creatività degli architetti e le tesi degli urbanisti ne vengono influenzate così come avviene per la stessa libertà personale che si fonda su questi principi. Nel libro "Architettura e democrazia, città, paesaggio e diritti civili",
l'autore, il professor Salvatore Settis, osserva che "la città e il paesaggio incarnano valori collettivi essenziali per la democrazia. Formano un orizzonte di diritti a cui deve rispondere la responsabilità dell'architetto, perchè il suo lavoro incide sull'ambiente e sul tessuto urbano, determina la qualità della vita quotidiana e modifica le dinamiche della società". Queste sono le altre "tracce di cammino"  che l'architettura lascia lungo la storia in ogni tempo ed in ogni luogo.